Il sogno
E tu mi chiederai quanto è vero il sogno. E a me piacerebbe poterne censire una parte almeno, per vedere quante volte la tua immagine è compagna delle notti dei tuoi sudditi.
Perché tu stesso hai scelto me, nel sogno, per tua compagnia in un lungo e quieto passeggiare fatto assieme in un giardino mirabilmente ordinato di viottoli e siepi.
C'era un'aria sottile come di prima mattina che illuminava l'ordine del mondo, la giustezza di ogni ramo, l'esattezza di ogni sasso che tu hai voluto appoggiare sulla terra.
Tu eri vicino a me silenzioso, ed ecco che siamo al termine del giardino. Ci fermiamo in un ampio belvedere cintato di statue. Ci sediamo vicini e io mi perdo subito nella mia malinconia. Ti rifaccio il racconto di quello che ho scritto: dell'inverno senza piogge, delle viti ballerine e storte, della terra aperta e senza frutti, le stalle ancora tutte da riparare.
E più parlavo più sentivo che ero preda di un'ansia che non conosceva nessun bene.
Cercavo di non piangere ma non devo esserci riuscito del tutto perché tu mi hai detto: "Non è con quest'acqua che rifiorirai" e mi hai messo la mano sulla gamba. Seppi così cosa vuol dire, alla mia età, avere ancora un padre. E mi hai mostrato col dito cosa c'era oltre la balaustra.
Allora vidi il grande azzurro e le vele turcomanne che l'infiorano d'ogni colore.
Poi, tutti e due facemmo merenda.
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17 settembre 2009
Al Sultano Cheelì - 4
Alla locanda del Monco
Preso dall'entusiasmo di questi due bevitori canterini che non mi lasciano parlare e non si lasciano rimproverare, decidiamo su due piedi di festeggiare l'incontro. Allora si torna tutti assieme alla locanda per bere.
Ce n'è, lungo tutte le strade che portano al cuore della tua grandezza, o Sultano, un gran numero. Ma questa locanda, detta del Monco, non è certo tra le più degne d'essere menzionata. Ha piccola la porta di ingresso, piccoli sono i due ambienti che ospitano viandanti e pastori di passaggio. L'interno è sempre avvolto nell'oscurità per via delle ridotte dimensioni delle finestre che danno sulla via principale. Eppure...
Sulpa conosce l'ostessa, una certa Gagliova con due gambe tonde tonde ed un petto, buondìo, che ci potresti fare l'alba dentro e non riuscire a vedere il sole che sorge.
Questa Gagliova è una buona donna. Ha sempre lavorato sodo, mio Sultano, e ha sempre versato la tassa di mescita e distillazione così come tu hai imposto. Lei mi conosce perché sono io che riscuoto i tributi in questa parte dell'isola. Quando mi vede è sempre contenta, perché in me vede qualcosa di te, mio giusto ed onorato signore.
Ci mettiamo seduti ad uno dei tavoli e Sulpa già mesce acquavite nei bicchierini. Fatto ancora più allegro dalla bevanda, Corenti si mette a toccare il sedere all'ostessa che ha due seni che ci potresti far notte dentro senza accorgerti di quando è mezzogiorno.
Gagliova, da brava padrona, ci sta. Lei sa bene cosa fa venire sete agli uomini. E noi ci diamo da fare anche troppo.
Sulpa è fuori di sé dalla felicità. Dice di non sentire i suoi anni, dice anche che le guerre e i giorni di carestia nulla gli hanno tolto, ma l'hanno solo temprato. Quando attacca col suo racconto della guerra delle Due Riviere, io oramai non lo ascolto e non lo sento più.
Dopo diversi bicchierini eravamo tutti e tre sotto le pesanti ali protettrici dell'ostessa. Sulpa s'era attaccato al capezzolo di destra e immaginava di succhiare ancora il suo ovetto di gallina e ciucciava di buona lena. Corenti si dava da fare dall'altro lato e titillava il capezzolo di sinistra facendolo allungare a dismisura. Era felice e credeva di aver ritrovato un coniglietto che nell'infanzia gli era stato carissimo compagno di giochi.
Io, mio Sultano, stavo con la nuca appoggiata tra quei due guanciali e guardavo il soffitto. Meditavo sul tuo buongoverno, pensavo al rispetto che il popolo ti porta e a quanto tu stesso ne mostri a lui, senza nulla tralasciare nella cura del suo bene. Poi, mi sono girato da un lato fissando la mazza con il tuo stendardo e sono caduto nel sonno profondo del desiderio soddisfatto e del vino finito.
Preso dall'entusiasmo di questi due bevitori canterini che non mi lasciano parlare e non si lasciano rimproverare, decidiamo su due piedi di festeggiare l'incontro. Allora si torna tutti assieme alla locanda per bere.
Ce n'è, lungo tutte le strade che portano al cuore della tua grandezza, o Sultano, un gran numero. Ma questa locanda, detta del Monco, non è certo tra le più degne d'essere menzionata. Ha piccola la porta di ingresso, piccoli sono i due ambienti che ospitano viandanti e pastori di passaggio. L'interno è sempre avvolto nell'oscurità per via delle ridotte dimensioni delle finestre che danno sulla via principale. Eppure...
Sulpa conosce l'ostessa, una certa Gagliova con due gambe tonde tonde ed un petto, buondìo, che ci potresti fare l'alba dentro e non riuscire a vedere il sole che sorge.
Questa Gagliova è una buona donna. Ha sempre lavorato sodo, mio Sultano, e ha sempre versato la tassa di mescita e distillazione così come tu hai imposto. Lei mi conosce perché sono io che riscuoto i tributi in questa parte dell'isola. Quando mi vede è sempre contenta, perché in me vede qualcosa di te, mio giusto ed onorato signore.
Ci mettiamo seduti ad uno dei tavoli e Sulpa già mesce acquavite nei bicchierini. Fatto ancora più allegro dalla bevanda, Corenti si mette a toccare il sedere all'ostessa che ha due seni che ci potresti far notte dentro senza accorgerti di quando è mezzogiorno.
Gagliova, da brava padrona, ci sta. Lei sa bene cosa fa venire sete agli uomini. E noi ci diamo da fare anche troppo.
Sulpa è fuori di sé dalla felicità. Dice di non sentire i suoi anni, dice anche che le guerre e i giorni di carestia nulla gli hanno tolto, ma l'hanno solo temprato. Quando attacca col suo racconto della guerra delle Due Riviere, io oramai non lo ascolto e non lo sento più.
Dopo diversi bicchierini eravamo tutti e tre sotto le pesanti ali protettrici dell'ostessa. Sulpa s'era attaccato al capezzolo di destra e immaginava di succhiare ancora il suo ovetto di gallina e ciucciava di buona lena. Corenti si dava da fare dall'altro lato e titillava il capezzolo di sinistra facendolo allungare a dismisura. Era felice e credeva di aver ritrovato un coniglietto che nell'infanzia gli era stato carissimo compagno di giochi.
Io, mio Sultano, stavo con la nuca appoggiata tra quei due guanciali e guardavo il soffitto. Meditavo sul tuo buongoverno, pensavo al rispetto che il popolo ti porta e a quanto tu stesso ne mostri a lui, senza nulla tralasciare nella cura del suo bene. Poi, mi sono girato da un lato fissando la mazza con il tuo stendardo e sono caduto nel sonno profondo del desiderio soddisfatto e del vino finito.
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